Almanacco del Giorno Reparto numero 6 - Almanacco
Voce dell'Almanacco del 23 febbraio, per la rubrica 'Angolo Lettura'. Evento avvenuto 3 anni fa. Questa settimana consigliamo la lettura del libro "Reparto numero 6", dello scrittore russo Anton Čechov. E' sicuramente uno dei...

Angolo Lettura

Reparto numero 6


domenica 23 febbraio 2014 (3 anni fa)

Approfondimenti
Anton Čechov
Reparto numero 6: Questa settimana consigliamo la lettura del libro "Reparto numero 6", dello scrittore russo Anton Čechov. E' sicuramente uno dei più famosi racconti dell'autore.

In un reparto psichiatrico di un ospedale di provincia, il dottor Ragin, responsabile e neuropsichiatra, è incapace di reagire alla tragica situazione. I malati giacciono abbandonati e totalmente esiliati, sono costantemente picchiati da Nikita, il guardiano. Ragin periodicamente visita il reparto e, durante un giro di perlustrazione, si ferma a parlare con Ivan Dmitric paziente ricoverato. I colloqui tra i due diventano estremamente interessanti, forse Dmitric è la persona più interessante, sagace e colta che Ragin abbia mai conosciuto. Perché Dmitric è ricoverato? Perché molti "pazzi" continuano a girare liberi per la città e ad altri non è consentito farlo? In base a quale criterio una persona viene considerata folle?

Una denuncia sociale del sistema sanitario russo, un'allegoria della vita e della morte, un'accusa spietata contro l'ignoranza e l'oscurantismo.

Di seguito un brano tratto dal racconto: «Una sera di primavera, sul finire di marzo, che già in terra non c'era più neve, e nel giardino dell'ospedale cantavano gli storni, il dottore era uscito ad accompagnare fino al cancello l'ufficiale di posta suo amico. Per l'appunto in quel momento, ecco entrare nel cortile Moisejka l'ebreo, di ritorno col suo bottino. Stava senza cappello, coi piedi nudi infilati in due cenci di calosce, e fra le mani reggeva una sacchetta con la roba limosinata.

- Dammi il soldino! - si rivolse al dottore, tremando di freddo e sorridendogli.
Andrej Efimyc, che non era mai stato capace di rifiutare, gli diede una monetina da quaranta centesimi.
"Che cosa penosa! - pensò, guardando a quei piedi nudi, dai rossi, scarni metatarsi. - Vedi un po', è bagnato fradicio".
E, mosso da un sentimento fra la pietà e il disgusto, s'avviò verso il padiglione dietro all'ebreo, sbirciando ora la sua testa calva, ora i suoi metatarsi. All'entrar del dottore, dal mucchio di ciarpame saltò giù Nikita, e si stiracchiò.
- Salute, Nikita - disse mollemente Andrej Efimyc. - Se a quest'ebreo si desse un paio di scarpe, che ne dici? Altrimenti, si raffredderà.
- Benissimo, Eccellenza. Ne riferirò all'economo.
- Sì, fa' il favore. Chiediglielo a nome mio. Digli che te l'ho detto io.

La porta che dall'atrio metteva nella corsia era spalancata. Ivan Dmitric, sollevandosi sul gomito dal giaciglio su cui stava sdraiato, tese allarmato l'orecchio alla voce estranea, e di colpo riconobbe il dottore. Tutto fremente d'ira, saltò a terra, e col viso congestionato e cattivo, gli occhi sbarrati, corse nel mezzo dello stanzone.

- E' venuto il dottore! - gridò, e ruppe in una sghignazzata. - Finalmente! Signori, i miei rallegramenti: il dottore ci degna d'una visita! Rettile maledetto! - stridette, e in un trasporto di furore, come ancora non lo avevano mai visto qui dentro, pestò col piede sul pavimento. - Bisogna ammazzarlo, questo rettile! No, ammazzarlo è poco: affogatelo in un cesso!
Andrej Efimyc, a udir quelle grida, dall'atrio allungò un'occhiata in corsia, e domandò col suo tono molle:
- Ma che c'è?
- Che c'è? - gridò Ivan Dmitric, avvicinandosi a lui con un'aria minacciosa, e febbrilmente s'avvoltolava nella sua vestaglia. - Che c'è? Ladro! - sbottò con avversione, facendo con le labbra una smorfia come se volesse sputare. - Ciarlatano! Boia!
- Calmatevi, - disse Andrej Efimyc, con un sorriso colpevole. - Vi posso garantire che io non ho mai rubato nulla: quanto al resto poi, è probabile che esageriate molto. Vedo bene che siete inquieto con me.
Calmatevi, vi prego, se potete; e ditemi a mente fredda: perché siete così inquieto?
- E perché, voi, mi tenete qui?
- Perché siete malato.
- Sì, sarò malato. Ma ci sono, vero?, decine, centinaia di pazzi che girano in libertà, per la ragione che la vostra ignoranza è incapace di distinguerli dai sani. E perché mai, dunque, io e questi altri disgraziati dobbiamo stare rinchiusi qui dentro per conto di tutti, come capri espiatori? Voi, l'assistente, l'ispettore e tutta la vostra feccia ospedaliera siete, dal punto di vista morale, senza paragone più in basso che ciascuno di noi: perché dunque noi stiamo rinchiusi, e voi altri no? Dove sta la logica?
- La morale e la logica, nel nostro caso, non c'entrano. Tutto dipende dal caso. Chi han chiuso dentro, quello ci sta, e chi non ci han chiuso, se la spassa: ecco tutto! Nel fatto che io sia un dottore, e voi un malato di mente, non c'è né morale né logica: si tratta esclusivamente di una combinazione senza senso.
- Questa è una pappolata che non capisco... - mormorò sordamente Ivan Dmitric, e si sedette sul suo giaciglio.

Intanto Moisejka, che Nikita si peritava di perquisire alla presenza del dottore, veniva disponendo sul suo letto tozzi di pane, cartacce e ossicini, e ancor tutto tremante di freddo, cominciò, in fretta e cantilenando, un discorso in ebraico. S'immaginava, probabilmente, d'aver aperto bottega.
- Mandatemi in libertà - esclamò Ivan Dmitric, e la sua voce ebbe un tremito.
- Non posso.
- Ma perché, dunque? Perché?
- Perché non è in mio potere. Riflettete voi stesso: che utilità vi verrebbe, se io vi mandassi libero? Su, andate. Gli abitanti della città, o la polizia, vi fermeranno, e vi riporteranno indietro.
- Sì, sì, questo è vero... - proruppe Ivan Dmitric, e si terse la fronte. - E' una cosa tremenda! Ma io, dunque, che devo fare? che devo fare?
La voce di Ivan Dmitric, e il suo giovane viso intelligente, con tutte quelle smorfie, erano piaciuti ad Andrej Efimyc. Gli era nata una voglia di trattare con maniere affettuose il giovane, e così tranquillizzarlo. Si sedette al suo fianco sul giaciglio, pensò un po', e disse:
- Voi mi chiedete cosa fare. La miglior cosa, nella vostra posizione, sarebbe di fuggirvene di qui. Ma, purtroppo, non vi riuscirebbe d'alcun utile. Sareste ripreso. La società, quando si tratta di proteggersi dai criminali, dai malati psichici e dagli indesiderabili in genere, è veramente invincibile. Vi rimane soltanto un'uscita: trovare la calma nel pensiero che la vostra permanenza qui è inevitabile.
- A nessuno ne viene in tasca niente.
- Ma una volta che le carceri e i manicomi esistono, bisogna pure che qualcuno ci stia rinchiuso dentro! Se non sarete voi, sarò io; se non sarò io, sarà un terzo qualsiasi. Abbiate pazienza: quando, in un lontano avvenire, carceri e manicomi termineranno la loro esistenza, allora non ci saranno più né inferriate alle finestre, né camicioni da ospedale. In fondo, prima o poi, quest'epoca arriverà.
Ivan Dmitric ebbe un sorriso ironico».

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