Almanacco del Giorno Il tamburo di latta - Almanacco
Voce dell'Almanacco del 17 novembre, per la rubrica 'Angolo Lettura'. Evento avvenuto 3 anni fa. Questa settimana consigliamo il romanzo "Il tamburo di latta", scritto dal premio nobel per la letteratura Gunter Grass nel 1959....

Angolo Lettura

Il tamburo di latta


domenica 17 novembre 2013 (3 anni fa)

Il tamburo di latta: Questa settimana consigliamo il romanzo "Il tamburo di latta", scritto dal premio nobel per la letteratura Gunter Grass nel 1959.

Il protagonista è Oskar, un bambino che a tre anni decide di non crescere più fisicamente, da allora resta un nano dal fisico deforme. A trenta anni viene rinchiuso in un manicomio dove, accompagnato dal suono del suo inseparabile tamburo di latta, racconta le vicende della sua famiglia, di tutta la sua vita.

Oskar osserva e commenta il mondo degli uomini definiti "normali", ne svela le crudeltà e le meschinità. La storia del tamburino è intrecciata inscindibilmente con quella della Germania di inizio Novecento, pre e post nazista.

Un libro intenso, a tratti grottesco e fantasioso, una favola sprezzante e impetuosa, anarchica. Nel 1979 è uscito il film tratto dal romanzo "Il tamburo di latta", vincitore, nel maggio dello stesso anno, della Palma d'oro come miglior film del festival di Cannes.

Di seguito un breve brano del libro: «Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c'è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti. Il mio infermiere non può dunque essermi nemico. Ho preso a volergli bene, a questo controllore appostato dietro allo spioncino. Appena mi entra nella stanza, gli racconto vicende della mia vita; così, nonostante lo spioncino che gli è d'ostacolo, impara a conoscermi. Il brav'uomo sembra apprezzare i miei racconti, perché appena gli ho raccontato qualche fandonia per mostrarmi la sua gratitudine mi fa vedere la sua ultima composizione di nodi. Non vorrei affrontare il problema di stabilire se sia un artista.
Una mostra delle sue creazioni sarebbe però accolta con favore dalla stampa, e attirerebbe anche qualche compratore.
Egli fa nodi con spaghi comuni che dopo le ore di visita raccoglie e districa nelle camere dei suoi pazienti, creando complessi fantasmi cartilaginosi; poi li immerge nel gesso, li lascia irrigidire e li infilza su ferri da calza, fissati sopra zoccoli di legno.
Spesso accarezza l'idea di colorare queste sue opere. Io lo sconsiglio, gli addito il mio letto metallico laccato di bianco e gli chiedo di immaginare questo letto così perfetto dipinto a vivaci colori. Allora, alzando le sue mani di infermiere, inorridito se le mette nei capelli, tenta, col suo viso un po' troppo rigido, di dare espressione simultanea a tutte le ansie che lo assalgono, e desiste dai suoi variopinti piani.
Il mio candido letto metallico è dunque un termine di paragone. Per me è persino qualche cosa di più: rappresenta la meta finalmente raggiunta, è la mia consolazione, e potrebbe diventare la mia fede se la direzione del manicomio mi permettesse di apportare qualche cambiamento: vorrei far elevare le fiancate perché nessuno mi si avvicini troppo».

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