Almanacco del Giorno L'ispettore Raciti vittima del tifo violento - Almanacco
Voce dell'Almanacco del 2 febbraio, per la rubrica 'Accadde Oggi'. Evento avvenuto 10 anni fa. Morire a quarant'anni compiendo il proprio dovere nell'arginare la violenza e la barbarie che inquinano da sempre lo sport. E' il tragico...

Accadde Oggi

L'ispettore Raciti vittima del tifo violento


venerdì 2 febbraio 2007 (10 anni fa)

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L'ispettore Raciti vittima del tifo violento: Morire a quarant'anni compiendo il proprio dovere nell'arginare la violenza e la barbarie che inquinano da sempre lo sport. E' il tragico destino cui andò incontro un poliziotto catanese, padre di due figli, colpevole di trovarsi a prestare la propria attività di servizio d'ordine, in un maledetto venerdì di febbraio.

La città etnea aveva atteso dall'inizio del campionato questo match. Il Derby di Sicilia, con i rivali di sempre del Palermo, si era giocato l'ultima volta in serie A nella stagione '62-'63. Il ritorno del Catania nella massima serie dopo 36 anni aveva riacceso i riflettori sulla sfida, e non solo quelli di tifosi e media. Messo in calendario al 4 febbraio, la concomitanza con la festa di Sant'Agata (santa patrona della città) aveva spinto le istituzioni cittadine a chiederne il rinvio, per evitare disordini.

Alla fine si optò per l'anticipo al venerdì, alle 18.30, rispetto agli altri incontri della III giornata di ritorno del campionato 2006-07. Fin dalle prime battute del match, all'esterno dello stadio "Angelo Massimino", s'iniziarono a registrare i primi scontri tra gli ultras catanesi e la tifoseria ospite, divisi da un cordone di centinaia di agenti in assetto antisommossa. Tra loro l'ispettore capo di polizia Filippo Raciti, catanese doc, che aveva da poco compiuto quarant'anni.

Mentre fuori il clima si faceva sempre più incandescente, all'interno gli spettatori, ignari, continuavano a seguire la partita fino ai primi lanci di lacrimogeni: a questo punto si scatenò il panico ed iniziò una fuga in massa verso i cancelli, con l'arbitro costretto a sospendere la gara per 40 minuti.

Nel frattempo si rincorsero le notizie sui primi feriti tra gli agenti. Il peggio, però, doveva ancora venire. Finito l'incontro all'esterno dello stadio si scatenò la guerriglia, con 1.200 agenti impegnati a contenere la furia devastatrice di 250 ultras locali.

Verso le 22 si apprese della morte di Raciti. L'agente, colpito violentemente da un corpo contundente (nelle prime ore si era parlato erroneamente di una bomba carta), era stato trasportato al vicino ospedale Garibaldi ferito gravemente e qui, dopo tre quarti d'ora di agonia, era spirato.

La notizia fu scioccante per gli addetti ai lavori, considerando che soltanto il sabato precedente un altro tragico episodio si era verificato nell'ambiente calcistico, con la morte di un dirigente di una squadra dilettantistica, aggredito a calci e pugni dai calciatori della squadra avversaria.

In quel momento il mondo del calcio, attraverso la voce della FIGC, decise di fermarsi per mandare un messaggio forte contro la violenza nello sport. A livello governativo si presero importanti misure per prevenire e punire gli episodi di intemperanza tra i supporter. Tra queste la scelta, demandata all'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive del Viminale, di autorizzare o meno le trasferte delle tifoserie più "calde".

Sul piano delle indagini, grazie alle riprese del circuito di videosorveglianza dello stadio, fu possibile ricostruire, in poco tempo, la dinamica dell'accaduto e risalire all'identità degli autori dell'aggressione omicida.

In pratica, a causare la ferita mortale allo sfortunato agente era stato un sottolavandino, scardinato dai bagni dello stadio e lanciato con violenza da due individui. Questi ultimi vennero identificati in Antonio Speziale, principale indiziato e all'epoca minorenne, e Daniele Micale, entrambi ultras del Catania.

Nonostante avesse continuato fino all'ultimo a professarsi innocente, il primo venne condannato a 14 anni di carcere per omicidio preterintenzionale, condanna poi ridotta a 8 in Corte d'Appello e confermata in Cassazione. Undici anni in via definitiva per il secondo.

La tragedia, che valse a Raciti la medaglia d'oro al valor civile alla memoria, non impedì alla moglie Marisa Grasso di impegnarsi attivamente come ambasciatrice di una cultura dello sport estranea a qualsiasi forma di violenza, in campo e sugli spalti. La stessa presenziò al derby di Sicilia del 2011, tornato a giocarsi nuovamente al Massimino a quattro anni dalla morte di Raciti.

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